Dichiarazione per il pagamento – art 46 e 47 d.p.r. n. 445/2000 – Legge Pinto

Con le modifiche introdotte dalla legge di stabilità 2016 alla legge sull’irragionevole durata del processo cd. Legge Pinto, il pagamento dell’indennizzo liquidato in seguito alla vittoriosa promozione del giudizio di cui alla predetta legge è subordinato all’espletamento di ulteriori formalità.
La legge di stabilità 2016 prevede che al fine di ricevere il pagamento delle somme liquidate in base alla legge n.89/2001, il creditore rilascia all’amministrazione debitrice una dichiarazione, ai sensi degli articoli 46 e 47 d.p.r. n.445/2000, attestante:
• la mancata riscossione di somme per il medesimo titolo
• l’esercizio di azioni giudiziarie per lo stesso titolo
• l’ammontare degli importi che l’amministrazione è ancora tenuta a corrispondere
• la modalità di riscossione prescelta

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Rimedi preventivi – Legge Pinto

Il legislatore con l’ultima riforma della Legge Pinto introduce alcuni rimedi preventivi onde evitare il protrarsi dei processi.
Nel rito civile, ove non sia possibile il rito sommario di cognizione, anche in secondo grado, il rimedio preventivo è rappresentato dalla richiesta di decisione a seguito di trattazione orale ai sensi dell’articolo 281-sexies c.p.c. da farsi sei mesi prima che spiri il termine di ragionevole durata del processo e anche se la competenza è quella collegiale del Tribunale.
Nel processo penale il rimedio preventivo è rappresentato da un’istanza di accelerazione da farsi almeno sei mesi prima della scadenza del termine di durata ragionevole.
Nel processo amministrativo il rimedio preventivo è rappresentato da un’istanza di prelievo con la quale segnalare l’urgenza del ricorso.

Nei processi contabili e pensionistici davanti alla Corte dei conti e alla Corte di cassazione, infine, il rimedio preventivo è rappresentato da un’istanza di accelerazione presentata, rispettivamente, almeno sei mesi o almeno due mesi prima della scadenza del termine di ragionevole durata.

Pinto: Qual è la ragionevole durata del processo

La durata del tempo “ragionevole” deve tenere in considerazione diverse circostanze tra cui la complessità del procedimento ed il comportamento delle stesse parti e del giudice.
Sicché l’eccessiva domanda di risarcimenti ha spinto il legislatore ha riformare la materia apportando numerose modifiche, introdotte dal D.L.8 aprile 2013, n. 35, convertito con modificazioni nella L. 6 giugno 2013, n. 64 e dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134. Tutte queste innovazioni non hanno fatto altro che inserire diversi “cavilli” con il malcelato tentativo di scoraggiare l’inoltro di ulteriori domande. Nonostante l’introduzione di questi “cavilli”, è ancora possibile ottenere diverse migliaia di euro come indennizzo per essere stato parte di un procedimento eccessivamente lungo.

L’individuazione degli ambiti temporali il cui superamento determina l’applicazione del regime sanzionatorio previsto dalla “Legge Pinto” fa oggi riferimento a dei parametri fissi.

La giurisprudenza prima ed il legislatore poi (in conferma vedi il D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134) hanno statuito che è adeguato un limite massimo di durata triennale per il procedimento di primo grado, biennale per il giudizio d’appello e annuale per quello in Cassazione.

Il processo di primo grado non può, perciò, durare più di 3 anni, quello di appello più di 2 e quello di legittimità avanti la Suprema Corte deve durare al massimo 1 anno.
Quando si superano queste soglie temporali il processo è ritenuto di durata irragionevole e la Legge Pinto prevede che lo Stato sia sanzionato.

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Quali documenti bisogna allegare al ricorso

Unitamente al ricorso deve essere depositata copia autentica (ovverosia copia fornita di marche da bollo) dei seguenti atti:
a) l’atto di citazione, il ricorso, le comparse e le memorie relativi al procedimento nel cui ambito la violazione si assume verificata;
b) i verbali di causa e i provvedimenti del giudice;
c) il provvedimento che ha definito il giudizio, ove questo si sia concluso con sentenza od ordinanza irrevocabili.
L’allegazione di questa documentazione consente di realizzare una specifica valutazione della tempistica processuale e delle ragioni dello sforamento dei termini.

Rispetto a prima della riforma erano competenti le diverse cancellerie per la produzione degli atti necessari depositati quindi in copia semplice, ora gli oneri ed il lavoro di allegazione è stato “scaricato” al ricorrente rappresentato dall’avvocato.

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Legge Pinto e processo esecutivo

Cassazione civile, sez. VI-2, sentenza 27/04/2015 n° 8540

La c.d. Legge Pinto consente unicamente l’ottenimento di un indennizzo in caso di ritardi processuali addebitabili al Giudice o ad altri soggetti della procedura.

Come noto la procedura esecutiva è ricca di fasi che richiedono molto tempo per loro stessa natura e pertanto è ancora oggi oggetto di contestazione e diatriba la possibilità di accedere all’equo indennizzo.

Per questa ragione la sentenza qui richiamata diviene fondamentale perché riconosce il diritto all’equo risarcimento seppur in maniera inferiore rispetto alle previsioni e ad altre procedure di pari durata.

Appare qui opportuno richiamare una sentenza positiva rispetto all’ottenimento del provvedimento, Cass. n. 6459/12; sia una negativa, Cass. nn. 26267/13 e 17153/13), in cui viene escluso un diritto automatico all’indennizzo.

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Interessante tool per il calcolo tra date

Talvolta si rende necessario realizzare il conteggio del periodo intercorrente tra più date, per l’occasione abbiamo testato una formula di excel, eccola:

=DATA.DIFF(“INSERISCI DATA – DA”;”INSERISCI DATA – A”;”y”) & ” anni, ” & DATA.DIFF(“INSERISCI DATA”;”INSERISCI DATA”;”ym”) & ” mesi e ” & DATA.DIFF(“INSERISCI DATA”;”INSERISCI DATA”;”md”) & ” giorni”

La violazione del diritto al rispetto del termine ragionevole di cui all’art. 6 CEDU

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Se ritiene di aver subito o di subire un procedimento dalla durata irragionevole, ed hai intenzione di proporre ricorso per ottenere il dovuto risarcimento, chiama il numero 348.9751061. Riceviamo presso lo Studio Legale in Bari.

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Durante il primo colloquio valuteremo l’effettiva possibilità di ottenere il risarcimento previsto dalla legge Pinto e/o ricevere informazioni al riguardo.

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Opposizione al decreto di equa riparazione

In caso ricorrano i presupposti, con estrema prudenza, è possibile proporre ricorso contro il decreto che ha deciso sulla domanda di equa riparazione nel termine perentorio di trenta giorni dalla comunicazione del provvedimento ovvero della sua notificazione alla parte.

L’opposizione si propone con ricorso alla medesima Corte d’Appello che ha emesso il decreto.

La Corte provvede in camera di consiglio e del collegio non può far parte il giudice che ha emanato il provvedimento impugnato.

Si evidenza che l’opposizione non sospende l’esecuzione del provvedimento, ma il collegio, se ricorrono gravi motivi, anche su istanza di parte, può sospenderne l’efficacia esecutiva.

La Corte, entro quattro mesi dal deposito del ricorso, pronuncia decreto , immediatamente esecutivo. Tale ultimo provvedimento è impugnabile per cassazione.

Non può non ricordarsi che con il decreto che definisce il giudizio di opposizione, così come nel “primo grado” il giudice, se la domanda per equa riparazione è dichiarata inammissibile o manifestamente infondata, può condannare il ricorrente al pagamento di una somma di denaro, da 1.000,00 a 10.000,00 euro in favore della Cassa delle Ammende.

Cosa è possibile fare se nonostante la condanna lo Stato non paga

Il decreto di condanna emesso nei confronti dello Stato è immediatamente esecutivo, pertanto è possibile dar corso alla procedura di esecuzione forzata qualora questi non provveda spontaneamente ad ottemperare alla condanna inflittagli dalla Corte d’Appello. La circostanza in cui nonostante il riconoscimento dell’Indennizzo lo Stato Italiano provvedeva alla effettiva liquidazione diversi anni dopo è cosa nota, ma per fortuna in data 18 maggio 2015 è intervenuto un accordo tra il Ministero di Giustizia e la Banca d’Italia per circoscrivere l’arretrato.

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Legge Pinto ed Equo Indennizzo

E’ oramai tristemente nota la lungaggine dei processi, in Italia l’esercizio della giustizia non è materia semplice. I tempi dei processi sono biblicamente lunghi nonostante persino i padri costituenti, conoscendo forse le tendenze autodistruttive dell’italiota si fossero preoccupati di garantire il diritto ad un procedimento celere.
Tutti i cittadini si trovano spesso a dover fare i conti con processi senza fine, per vedersi riconoscere un diritto, o quantomeno poter scrivere la parola fine su un contenzioso durato anni.

Più volte il legislatore ha tentato di introdurre modifiche al Processo senza però raggiungere alcun risultato positivo che potesse garantire una maggior celerità.

Ebbene, in base alla L. 89 del 24 marzo 2001 (c.d. “ legge Pinto”), chi, attore o convenuto, è, o è stato, coinvolto in un procedimento per un periodo di tempo irragionevole, HA DIRITTO AD UNA EQUA RIPARAZIONE indipendentemente dall’esito del processo.

La legge 89 del 24 marzo 2001, infatti, ha recepito i principi della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali in relazione al mancato rispetto del termine ragionevole di cui all’articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali che testualmente recita:

“Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge”.

Tale norma diviene strumento volto ad ottenere una equa riparazione a colui che ha subito un danno patrimoniale e non patrimoniale per effetto della violazione dei succitati principi della Convenzione, peraltro già costituzionalmente previsti.

Sicché l’eccessiva domanda di risarcimenti ha spinto il legislatore ha riformare la materia apportando numerose modifiche, introdotte dal D.L.8 aprile 2013, n. 35, convertito con modificazioni nella L. 6 giugno 2013, n. 64 e dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134. Tutte queste innovazioni non hanno fatto altro che inserire diversi “cavilli” con il malcelato tentativo di scoraggiare l’inoltro di ulteriori domande.
Nonostante l’introduzione di questi “cavilli”, è ancora possibile ottenere diverse migliaia di euro come indennizzo per essere stato parte di un procedimento eccessivamente lungo.

A QUANTO AMMONTA L’EQUO INDENNIZZO ?

In base alla legge Pinto, e successive modifiche, qualora il procedimento superi una durata di tempo ragionevole, stimata dal legislatore in 3 anni per il procedimento di primo grado, 2 anni per il secondo ed 1 anno per la cassazione a prescindere dall’esito della lite e/o in caso di conciliazione della lite.

SI HA DIRITTO AD UNA SOMMA DI DENARO PER OGNI ANNO DI ECCESSIVA DURATA DEL PROCESSO PARI A CIRCA 400-800 euro;

somma che può aumentare, di rado, in casi di particolare importanza (ed es. in tema di diritto di famiglia o stato delle persone, procedimenti pensionistici o penali, cause di lavoro o cause che incidano sulla vita o sulla salute).

La durata del tempo “ragionevole” deve tenere in considerazione diverse circostanze tra cui la complessità del procedimento ed il comportamento delle stesse parti e del giudice.

Per presentare il ricorso si ha un termine di sei mesi dal passaggio in giudicato della sentenza che definisce il processo. All’ incirca entro un anno si riuscirà quindi ad ottenere il dovuto risarcimento.

——>ATTENZIONE!!! Scaduti i sei mesi, la parte è considerata decaduta dal proporre il ricorso.

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Se ritiene di aver subito o di subire un procedimento dalla durata irragionevole, ed hai intenzione di proporre ricorso per ottenere il dovuto risarcimento, chiama il numero verde 800-973078. Riceviamo presso lo Studio Legale in Bari.

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Durante il primo colloquio valuteremo l’effettiva possibilità di ottenere il risarcimento previsto dalla legge Pinto e/o ricevere informazioni al riguardo.

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