Legge pinto: Il giudice competente – evoluzione della norma.

Il sistema giudiziario italiano, fino a circa 50 anni fa, non prevedeva una tutela diretta ed immediata nel caso venisse violato un diritto fondamentale del cittadino: quello della certezza e celerità del diritto durante l’espletamento di un processo giudiziario, richiedendo che lo stesso giungesse a conclusione in un termine breve e ragionevole.

Spesso, infatti, la notevole burocrazia, le storture giudiziarie e la mole di lavoro rispetto agli effettivi addetti ad amministrare la giustizia, hanno portato ad attese sconcertanti e abnormi dei giudizi pendenti, a volte superando i decenni prima di avere contezza della risoluzione dei casi, con conseguenti danni patrimoniali e non, per coloro che subiscono l’incertezza della situazione giuridica.

Un primo intervento per riconoscere e tutelare il diritto ad una ragionevole durata del processo è sorto grazie alla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con sede a Strasburgo, in applicazione della Convenzione Europea per la Salvaguarda dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali, nota come CEDU, sottoscritta e recepita dai Paesi europei, tra cui l’Italia.

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Legge Pinto e procedure concorsuali

Il nostro sistema giuridico si è particolarmente evoluto nel corso degli ultimi anni, soprattutto in considerazione delle nuove esigenze sociali e giuridiche che sono emerse e alla evoluzione storico/normativa che viviamo costantemente. Un ordinamento giuridico deve, infatti, costantemente ascoltare i problemi e le richieste dei suoi consociati e deve progredire di pari passo per evitare di diventare anacronistico e inadatto a tutelare le situazioni giuridiche che, man mano, si presentano al vaglio.

Tra le situazioni giuridiche che hanno richiesto un intervento legislativo al fine di tutelare le posizioni sottostanti, rientra indubbiamente quella della lungaggine giudiziaria: il nostro sistema giustizia ha visto sempre più frequentemente il prolungarsi di processi oltre ogni ragionevole e legittima aspettativa, causando danni alle parti in causa.

Gli esempi sono diversi: come non pensare ai lunghi processi civili, che vedono i difensori e i giudici alternarsi in udienze decennali, così come quei processi penali che spesso si chiudono per intervenuta prescrizione del reato, a seguito del decorso del tempo.

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Il Mef attiva un numero dedicato alle pratiche relative alla Legge Pinto ed alle sentenze CEDU

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha attivato il numero 06.4761.5587 a cui i cittadini che hanno proposto un ricorso ex Legge Pinto possono chiamare. Gli operatori sono stati formati per dare tutte le informazioni sui pagamenti relativi agli indennizzi a titolo di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole di durata dei processi (Legge Pinto) ed a quelli maturati a seguito di pronunce di condanna emesse dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per l’inosservanza dei diritti sanciti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Orari del Contact Center dell’Ufficio X:

dal lunedì al venerdì: dalle ore 9:00 alle ore 12:30.

Martedì, mercoledì e venerdì dalle 15:00 alle 17:00.

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Se ritiene di aver subito o di subire un procedimento dalla durata irragionevole, ed hai intenzione di proporre ricorso per ottenere il dovuto risarcimento, chiama il numero verde 800-973078. Riceviamo presso lo Studio Legale in Bari.

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Durante il primo colloquio valuteremo l’effettiva possibilità di ottenere il risarcimento previsto dalla legge Pinto e/o ricevere informazioni al riguardo.

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Se vuoi conoscere i costi del servizio, clicca qui !

Testo vigente “Legge Pinto”

La ‘legge di stabilità’ del 2016, come noto, ha apportato numerose modifiche alla norma sull’equo indennizzo per la durata irragionevole del processo, meglio noto come indennizzo ex ‘Legge Pinto’. In particolare, sono stati ridimensionati gli importi concessi come indennizzo (art. 2­bis) ad una somma ricompresa tra euro 400 ed euro 800 (anteriormente il massimo era euro 1.500) per anno eccedente la ragionevole durata del processo. Sono stati introdotti alcuni rimedi preventivi che la parte ricorrente dovrà concretamente dimostrare di avere esperito nel corso del giudizio preposto. Vengono inoltre, introdotte nuove ipotesi di esclusione dell’indennizzo.

Testo vigente 2018 Legge Pinto

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Se ritiene di aver subito o di subire un procedimento dalla durata irragionevole, ed hai intenzione di proporre ricorso per ottenere il dovuto risarcimento, chiama il numero verde 800-973078. Riceviamo presso lo Studio Legale in Bari.

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Durante il primo colloquio valuteremo l’effettiva possibilità di ottenere il risarcimento previsto dalla legge Pinto e/o ricevere informazioni al riguardo.

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Legge Pinto- Il decreto ed il suo contenuto: accoglimento e rigetto

Cosa è possibile fare, oggi, al fine di tutelare la posizione di coloro che subiscono i danni derivanti dalle lungaggini della giustizia?

Il nostro ordinamento, fino a circa venti anni fa, era sprovvisto di un rimedio giudiziario tutto interno, per tutelare tutti coloro che lamentavano i danni subiti in seguito a quei processi che duravano decenni, che non davano alcuna certezza in merito al loro esito, con notevoli conseguenze non solo patrimoniali, ma anche morali. Basti pensare alle spese di giustizia che occorre affrontare per sopportare diversi gradi di giudizio, così come è indispensabile cimentarsi nello stato di turbamento e di angoscia dei soggetti coinvolti in un processo, in attesa di avere un responso e che vedono trascorrere il tempo inesorabilmente. È una situazione che genera, quindi, un nocumento sia economico che non, e che merita di essere risarcito affinché si ristabilisca un principio fondamentale, quello di una giustizia sana, equilibrata, equa e ben amministrata.

Già la nota Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali, conosciuta meglio come CEDU, elaborata negli anni ’50, contiene un richiamo ben preciso al diritto ad una equa riparazione per mancato rispetto di un ragionevole termine processuale: l’art. 6 costituisce, infatti, il fondamento di una prassi giuridica che ha preso piede negli Stati firmatari e che ha consentito alle persone fisiche di rivolgersi alla Corte Europea di Strasburgo, posta a presidio della CEDU, al fine di ottenere una sentenza favorevole al riconoscimento del relativo danno.

La Corte si è ritrovata, in tal modo, sommersa dalle richieste risarcitorie, arrivando ad essere oberata e a non riuscire a gestire il relativo contenzioso, allarmando così le autorità nazionali e invocando uno strumento che si ponesse a livello interno, per porre un freno e un filtro alle varie domande proposte.

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Legge Pinto: il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

Il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo
Legge Pinto e preclusioni alla luce della legge di stabilità 2016

La Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali è una convezione internazionale sottoscritta in seno al Consiglio d’Europa e ha come scopo quello di riconoscere e tutelare i diritti più importanti dell’Uomo.

La tutela prevista dalla CEDU è “effettiva” in quanto è stata prevista, negli anni ’50, la creazione anche di un organo giurisdizionale ad hoc, la Corte Europea, con sede a Strasburgo, competente a conoscere dei ricorsi presentati non solo dagli Stati aderenti alla CEDU, bensì anche dalle persone fisiche che vedono lesi i diritti riconosciuti dalla Convenzione. Anche l’Italia ha aderito alle disposizioni contenute nella CEDU, ratificandola e dandone esecuzione nell’ordinamento interno attraverso la Legge n. 848/55. A partire da quel momento, il nostro ordinamento si è conformato a quanto previsto a livello europeo, riconoscendo la possibilità di adire la Corte nel caso in cui vengano violati i diritti riconosciuti e tutelati dalla Convenzione e aventi efficacia per tutti i Paesi aderenti alla stessa.

Il ricorso alla Corte Europea di Strasburgo ha avuto, nel corso degli anni, uno sviluppo inaspettato: diverse sono state le sentenze emesse dalla Corte e che hanno coinvolto lo Stato italiano, creando una giurisprudenza di tutto riguardo, la cui osservanza è stata sin da subito oggetto di monito per i giudici nazionali. Diversi i diritti enunciati dalla CEDU che meritano di essere richiamati: il diritto alla vita; il diritto alla libertà e alla sicurezza personale; il diritto alla libertà di pensiero e di opinione, di riunione e di associazione; il diritto ad un’equa amministrazione della giustizia.

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Legge Pinto: Sentenza sul Danno Patrimoniale e perdita di chance

Nell’ambito del danno indennizzabile ai sensi della cd. legge Pinto (89/2001) rientra sia il danno patrimoniale che quello non patrimoniale (articolo 2, comma 1, prima parte). In tal senso, del resto, è la stessa giurisprudenza della Corte di Strasburgo, la quale non esclude affatto tale voce dall’ambito del pregiudizio astrattamente indennizzabile, limitandosi solo a chiedere la prova della sua sussistenza.

La legge Pinto impone al giudice, che ritenga sussistente un danno patrimoniale, in conseguenza della accertata irragionevole durata del procedimento (civile o penale) presupposto, di provvedere a valutare i danni, ai sensi dell’articolo 2056 Cc, e cioè liquidando il lucro cessante in via equitativa (articolo 2056, secondo comma) e il danno emergente ai sensi degli articoli 1223 o 1226 Cc, e cioè provandolo (an), anche nel suo specifico ammontare (quantum) ovvero ‑ sotto questo ultimo aspetto ‑ chiedendo al giudice una liquidazione in via equitativa.

La precisa indicazione di un ammontare del danno che, per quanto problematica, non è ipotesi che può essere esclusa in astratto, va ‑ naturalmente ‑ ipotizzata solo in quanto «conseguenza immediata e diretta» dell’eccesso di durata del procedimento, non quale danno complessivamente subito in ragione dei provvedimenti adottati nel corso del procedimento (nella specie: la privazione della libertà personale) o dallo stesso instaurarsi del procedimento (che poi ‑come nella specie ~ si sia concluso con l’assoluzione dell’imputato).

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Sentenza di passaggio in giudicato della sentenza civile: significato e cause.

La sentenza come noto sancisce la fine di un procedimento, salvo che questa venga impugnata; ebbene con il passaggio in giudicato non è più possibile impugnare il provvedimento. Quindi, il passaggio in giudicato sancisce la conclusione definitiva del processo, la sentenza passata in giudicato acquista certezza definitiva e le questioni da essa decise non possono più essere messe in discussione.

Per legge [1], si intende passata in giudicato «la sentenza che non è più soggetta né a regolamento di competenza, né ad appello, né a ricorso per cassazione, né a revocazione».

Come una sentenza può passare in giudicato?
a) la sentenza di primo grado o successiva (per esempio sentenza di appello) passa in giudicato quando non viene impugnata nei termini stabiliti dalla legge.

i termini per impugnare la sentenza possono essere brevi o lunghi, come spiegato anche in questo articolo

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Pansini (ANF): Plauso per l’intervento della Corte Costituzionale sulla Legge Pinto

Il segretario generale dell’Associazione Nazionale Forense, avv. Luigi Pansini interviene sulla pronuncia n. 88 della Corte Costituzionale depositata il 26/04/2018.
Ammissibili i ricorsi in pendenza di processo presupposto. Illegittimità costituzionale dell’art. 4.

“Bene l’intervento della Corte Costituzionale che, con la pronuncia n. 88 di ieri, va a colmare le lacune e le storture della ‘Legge Pinto’ sui ritardi dei processi, ma il fatto che la Corte debba intervenire quasi a supplenza del legislatore non restituisce un’immagine confortante dello stato della giustizia in Italia. Infatti secondo i giudici della Consulta, la legge Pinto è costituzionalmente illegittima là dove non prevede che la domanda di equa riparazione possa essere proposta in pendenza del procedimento in cui è maturato l’irragionevole ritardo. La legge, anziché prevenire i processi lunghi e rimediare agli effetti delle lungaggini, non offriva alcuna tutela proprio nei casi più gravi, nei quali non vi è neppure certezza che la sentenza, ancorché in ritardo, possa comunque arrivare”.

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Motivi di esclusione per l’ottenimento dell’equo indennizzo. Casi concreti

Il nostro sistema giudiziario, per decenni, ha subito una sorta di atrofia normativa in merito ad un argomento di notevole interesse: la ragionevole durata del processo e il ristoro attraverso un equo indennizzo. È proprio in attuazione di una consolidata giurisprudenza europea, grazie alle sentenze e ai moniti della Corte Europea di Strasburgo, e alla più volte richiamata Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali, comunemente denominata CEDU, la quale riconosce a livello europeo i diritti più importanti per l’Uomo, la cui tutela è un presupposto imprescindibile per una società giusta ed equa, che finalmente è stato fatto un passo importante per la nostra legislazione.

Si ricorda, infatti, che tra i diritti fondamentali riconosciuti dagli Stati europei firmatari della CEDU, l’art. 6 prevede l’importantissimo diritto ad ottenere un processo equo e che abbia una durata ragionevole, con la altrettanto importante conseguenza di poter ottenere, in caso di sua violazione, il risarcimento del danno. Ben siamo consapevoli di quanto il nostro Paese sia rimasto, per anni, lacunoso al riguardo: nonostante il riconoscimento, negli anni ’50, della validità della CEDU, che pur sempre una Convenzione internazionale è, il nostro sistema giudiziario era sprovvisto di un rimedio interno, che potesse essere attivato in maniera rapida ed efficiente dai singoli cittadini, al fine di ottenere giustizia in caso di lesione al diritto ad un processo equo e ragionevole.

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